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Alessio Antoniazzi

Sono Alessio Antoniazzi, per tutti "Ezio".
Sono nato a Pieve di Soligo il 4 Marzo del 1923 da Antonio Antoniazzi ed Eugenia Stella, pievigini del Trevisan, di quella Contrada che sta a cavallo tra il Cao de Villa e Santa Maria Maddalena e che costituisce tutt'oggi, rispetto alla sinistra orografica del fiume Soligo, lo storico nucleo ovest della Pieve.

Mio padre Antonio, prima emigrante a Toronto in Canada e poi per tanti anni in Germania, non aveva molte occasioni né per incrementare la prole né per crescerla, così io e i miei due fratelli Cirillo e Mario ci siamo ritrovati ben presto a fare i conti con le tante difficoltà quotidiane e con la necessità di fare di tutto un arte per fronteggiare coetanei e paesani, anche fuori dalle mura amiche della Contrada.
Qualche "campo" di terra appartenente alla famiglia e qualche altro in conduzione davano da lavorare a mia madre e da vivere a noi tutti ed io, apprendista falegname negli anni 1937 /38, potevo frequentare la locale Scuola di Disegno avendo come insegnanti gente di valore: Prof. Giovanni Zanzotto, Attilio ed Emilio Fontana, Innocente Gerlin, il Maestro Burtet. Grazie a quanto appreso nei successivi anni 1939/40 e 41 me ne sono andato a Torino, esattamente a Venaria Reale, a fare l'aiutante carpentiere, lusingato dalla prospettiva di un guadagno un poco più alto di quello che avrei realizzato in paese come falegname, interrompendo questa esperienza solo all'arrivo della "cartolina".

Era il 1942, e come volere che sia andata?! Arruolato negli Alpini vengo assegnato al 7° Reggimento, Battaglion Cadore. Selezionato vado a Terni al corso per sottufficiali armaioli, prendo i gradi da sergente e vengo trasferito a Mondovì, 1° Reggimento Alpini, Battaglione Pieve di Teco. Tutti liguri e genovesi ai quali facevo passare la voglia di apostrofarmi "belin" ogni qual volta arrivava in piazza d'armi un pallone da calcio. Il riscatto era sicuro: Veneto contro Liguria dieci a zero. 1:8 Settembre 1943 sono al confine del Brennero con il mio Battaglione, a Chiusa d'Isarco veniamo catturati e poi internati al campo di prigionia di Innsbruck. L'atmosfera è mortifera.

Nella tarda primavera del 1944 aderisco alla Repubblica Sociale e rientro in Italia con destinazione Reggio Emilia. Non avevo nessuna intenzione di andare a combattere i "ribelli" e così durante il trasferimento mi butto dal treno e riesco a dileguarmi raggiungendo finalmente casa tra mille peripezie. Qui ad aspettarmi trovo i partigiani. Vengo processato, condannato all'esecuzione, graziato e arruolato d'imperio nelle fila partigiane del Comandante Cirillo.
Poi finalmente la fine del conflitto. Era I' estate del '45 che al campo dell'Oratorio Careni, con un pallone di pezza, tra le nuvole di polvere sollevate dalle mischie, questa volta grazie a Dio con i compagni di sempre, cercavamo di riprenderci il sorriso e la giovinezza giocando a calcio contro gli Alleati.

Avevo 22 anni ma questi, da soli, non bastavano per risollevarsi e risollevare le sorti mie, della mia famiglia, del mio paese, dei miei amici e così decisi di partire clandestino per la Francia.
Mi feci aiutare dai contrabbandieri piemontesi di Borgo San Maurizio, attraversai il confine dalle parti del Piccolo San Bernardo e andai a consegnarmi in una caserma della Gendarmeria. Venni portato nei dintorni di Lione dove esisteva un campo di accoglienza che era come la torre di Babele.
Dentro il recinto, nelle baracche, gente da ogni dove, di ogni lingua, che cercava di riprendersi la vira da dove la guerra gliela aveva sconvolta. Ci si muoveva al suono degli altoparlanti che scandivano i ritmi della giornata e annunciavano tutto ... le visite mediche, le ispezioni e i controlli personali, le chiamate di lavoro.

Un giorno venne diffusa dagli altoparlanti la domanda se qualcuno sapeva giocare a calcio. Io risposi di sl e mi feci selezionare per una partita. Giocai e al termine venni avvicinato da un signore il quale mi esortò a rifiutare qualsiasi offerta di lavoro mi venisse fatta, che da lì a una settimana mi avrebbe procurato un ingaggio per una maglia da titolare nella sua squadra. Così fu. Otto giorni dopo ero in viaggio per il nord della Francia ingaggiato dal San Quintin che allora militava in serie C, debuttando come difensore proprio in una partita contro il Lione.
Per cinque anni sono stato un "professionista", due allenamenti a settimana, partita alla domenica, alloggio in albergo. Ma i soldi, quelli per i quali ero partito e che a casa aspettavano, quelli, non c'erano come adesso, non esistevano.! Soprattutto non si addiceva al mio carattere stare con le mani in mano ad aspettare allenamenti o partita .. quando mai?
E' cominciata così, grazie al pallone, la mia passione per la cucina. Infatti quando non giocavo mi intrufolavo nella cucina dell' albergo dove ero alloggiato, sulle prime mal tollerato ma poi, un po' alla volta, ... "Alessio fai questo, taglia quello, lava quest'altro," ... e dunque rubando con gli occhi e mettendoci tanta passione ho appreso l'arte della cucina. Di quei momenti ricordo lo Chef, la sua maestria, le preparazioni della selvaggina di pelo e di piuma, le lumache, i suoi consigli e rocchi finali. Mi sentivo utile, imparavo, mi appassionavo e guadagnavo il "franco" in più che mancava.

Poi, non ricordo esattamente se fosse il 1950 o il '51, il Patron della squadra, promossa al massimo campionato, mi convocò. Fu un discorso molto franco: non avevano intenzione di tenermi perché ormai ero vecchio per figurare bene ai massimi livelli e quindi mi si offriva di essere ceduto ad altra formazione di categoria inferiore oppure di essere assunto alle dipendenze della grande società di manutenzioni ferroviarie cui faceva capo il Sant Quintin.
Optai per questa soluzione, divenni Capo Tecnico e girai la Francia in lungo e in largo sino al 1963 contribuendo, anche con il mio lavoro, all'elettrificazione e ammodernamento di migliaia di chilometri di linea ferroviaria transalpina.
Ero soddisfatto quando al mio ritorno in Italia ho trovato i frutti di tanto lavoro e sacrifici. Avevo la mia casa nuova in Santa Maria Maddalena, la mia famiglia, mia moglie e i miei figli. Con queste sicurezze ho ricominciato facendo il rappresentante di farine alimentari e poi di prodotti dolciari, giungendo alla pensione nel 1983, anno dal quale ho potuto dedicarmi a pieno alla grande passione che ho per la cucina.

Già in Francia mi cimentavo con i fornelli per allietare una domenica o un piccolo evento e non mancavo mai di dare qualche buon consiglio alle maestranze mussulmane che a fine Ramadan usavano arrostire i capretti al fuoco vivo delle traversine, ma quando rientrato in paese cominciai a frequentare assiduamente l'indimenticabile "Cuoco" per antonomasia, Poldo da Solighetto e a fargli da aiutante: la passione per lo spiedo prese il sopravvento.

Ho imparato da lui molti accorgimenti per ottenere risultati ottimali con l'impiego del girarrosto tanto che quando tra il 1969 e il 1970 Poldo si ritirò da responsabile dello "Spiedo Gigante", - una tra le massime manifestazioni gastronomiche e folcloristiche del periodo autunnale nella pedemontana trevigiana del secolo scorso e attuale di Pieve di Soligo, fu quasi naturale che il testimone passasse nelle mie mani.
Una bella responsabilità che ora ho lasciato ai giovani tenendo per me solo il piacere di "pareciar" la carne e le lardelle, "inspear" ovvero confezionare gli schidioni e "starghe drio" cioè sovrintendere alla cottura degli spiedi di quanti mi apprezzano per quello che sono e mi vogliono con loro.