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Egidio Ciotta

Egidio Ciotta, "Cicci", nasce a Barbisano di Pieve di Soligo il 2 Luglio 1930 da Giuseppe Abramo Ciotta e da Elisabetta Recchia.
La famiglia è composta dal padre Giuseppe, dalla madre Elisabetta e da Virginio, Giulio, Clara, Egidio, Remo, Bruno, Mariucci e Adelina.
Per due anni vive a Barbisano, nel palazzo Micheletti, sito dietro la Chiesa e nel 1933 si trasferisce presso le "Case Cadorin" sul Col Franchin nella frazione di Solighetto.

"Cicci" è il quartogenito degli otto fratelli (cinque fratelli e tre sorelle). A sei anni frequenta la "Scuola Rurale F. Baracca" a Refrontolo percorrendo a piedi il tragitto tra Case Cadorin e Case Pradal in via Costa de Val, vestito con pantaloni corti (anche d'inverno), una maglia piena di toppe e con le "dalmede" ai piedi che scolpiscono a suon di botte le caviglie. Tra i suoi insegnanti, Cicci ricorda con nostalgia la maestra Miorti da Refrontolo ed il maestro Mazzocco da Soligo.
La vita in questo periodo trascorre tranquilla, nonostante in altre parti d'Italia stia infuriando la guerra.
Nel 1939 tra queste colline compare la prima banda dei cosiddetti "ribelli" al comando del famigerato Min da Tarzo che pone il suo comando prima presso l'osteria da Stival, in via Costa de Val e poi presso la proprietà Dini in località "Franchinet".
Le scorribande dei "ribelli" prima e partigiani poi, producono in queste amene colline tensioni, paure e notevoli disagi per la popolazione locale dedita alla famiglia ed ai faticosi lavori nei campi.

Le scuole vengono chiuse, ai contadini vengono confiscati animali, farina, vino. Anche Cicci deve smettere di andare a scuola, anzi una sera viene fatto segno di diverse fucilate provenienti dal "casello Mori" in località Topa, luogo frequentato da partigiani in vena di baldoria.
Per la popolazione del Quartier del Piave sono anni tristi, di miseria, di paura, di lacrime; agli attacchi dei partigiani contro i tedeschi in ritirata si contrappongono rastrellamenti, deportazioni, fucilazioni e incendi dei paesi.
In uno di questi rastrellamenti nel 1944 i tedeschi, armati fino ai denti, seguiti da una mandria di vacche sequestrate lungo il loro cammino, coronato da morti, incendi e distruzioni arrivano anche presso le Case Cadorin.

I militari posizionano in diverse parti della casa cariche incendiarie, viene preparato il plotone di esecuzione: Cicci ed i fratelli più piccoli vengono messi al muro nella parte nord della loro casa, davanti alle bocche di due mitragliatrici già spianate. Il coraggio e la forza della disperazione fanno sì che la madre Elisabetta presemi al comandante tedesco il diploma premio firmato da Mussolini e dato alle famiglie numerose.
Alla vista di tale documento il comandante, dopo aver fatto riposare la truppa, se ne va raccomandando alla madre di sfamare i ragazzi. Tutt'attorno le stalle delle colline circostanti bruciano, bruciano le case dei paesi del Quartier del Piave, vengono uccisi e deportati dei concittadini responsabili solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
E tutto perché?.. Liberazione da chi... se prima dell'avvento dei partigiani la zona era così tranquilla che non sembrava di essere in guerra!
In questo periodo estremamente duro e pieno di ristrettezze i genitori di Cicci si devono arrangiare con quanto c'è in casa e quando la mamma Elisabetta chiede al marito: "Bepo no ghe ne' oio pa far el polastro in umido", Bepo risponde: "El fon sul speo col lardo".

Anche nell'immediato periodo post-bellico lo spiedo in casa Ciotta diventa una necessità dettata dall'impossibilità di reperire l'olio. "Bepo impira un toc de porthel, 'na frithiga de lardo, 'na foia de salvia, un oseet, 'naltro toc de porthel, 'na frithiga, 'na foia de salvia" e così via ... fin da riempire "' na speeta" ed essendo il meccanismo manuale chi si mette a girare la "speeta"? Il suo pupillo: il figlio Cicci. Mamma Elisabetta nel frattempo con una mano tiene ferma "la caliera" sul fuoco della "rironda" e con l'altra gira con abilità il mestolo affondato nella "poenta" gialla o bianca finché diventa bella e consistente.
All'ora di pranzo la polenta fumante sul "taier" viene tagliata col "fil" e distribuita sui piatti insieme ad una quantità razionata di carne per ciascun componente della famiglia.
Lo spiedo viene preparato una volta alla settimana, qualche volta due. La legna prevalentemente utilizzata è il "carpen, il frassen, el roro" (il carpino, il frassino e il rovere).
Durante la settimana i pasti sono molto frugali, a base di formaggio o ricotta, prodotti in casa dalla mamma, con polenta e fagioli o patate.

Bepo, il padre di Cicci, si alza all'alba per accudire le mucche, la mamma si alza circa mezz'ora dopo e prepara la colazione.
Con la "bala da cafe" tosta il frumento che, così preparato, viene fatto bollire nel "caglierin" assieme ad un prodotto chiamato "OCHEBON": il tutto viene aggiunto al latte appena munto. In alternativa ci si alimenta con i "pestarei" cioè il latte della sera prima raffreddato nella notte sul davanzale della finestra della cucina, mescolato con la farina unito ad acqua fatto bollire al mattino. Questo alimento, povero di calorie, viene consumato in abbondanza per poter sostenere le fatiche della giornata. La mamma al mattino va a prendere l'acqua per preparare i cibi presso la sorgente "molere" con due secchi che riporta pieni a casa col "bigo!" mentre quella per l'igiene personale viene prelevata dalle "pose" (raccolte di acqua piovana).

Dopo una giornata di lavoro nei campi di vigneti, nei boschi, verso le sei di sera il padre di Cicci rientra, accudisce gli animali nella stalla e prima del buio (non c'è la corrente elettrica) tutta la famiglia si riunisce per la cena.

Bepo fa lo spiedo come da tradizione.
Cicci prepara il suo primo spiedo all' età di 19 anni. Vista la buona riuscita il vicinante Piero Pradagner lo invita a farne anche per la sua famiglia. A 20 anni Cicci parte militare a Pontebba, artiglieria montagna, 22a batteria, gruppo Belluno, passa otto mesi nella cucina della caserma. Rientrato dopo 18 mesi alla vita civile, si trasferisce per lavoro in Val d'Aosta e a Sondrio dove svolge l'attività di carpentiere e minatore per tre anni.

Alla fine degli anni '50 Cicci ritorna a casa e nel 1960 si sposa con Maria De Luca: nel 1961 nasce il figlio Vasco e sempre nel '61 apre una "frasca" a Pedeguarda in via Castelletto al civico 10. In Italia siamo agli inizi del boom economico, la gente ha la sicurezza del posto di lavoro, cambiano le abitudini, si esce piano piano dalla ristrettezza economica e la gente inizia a frequentare le trattorie. Cicci, avvertendo questi nuovi fermenti, compera dapprima la licenza per "bar normale" poi quella per "cucina" e invita gli amici all'inaugurazione della sua trattoria, rispolverando quanto di più bello ha imparato da giovane: "lo spiedo".

La cucina tradizionale di Cicci riprende gli insegnamenti acquisiti dai genitori; in essa si trovano cibi semplici: carni di animali ruspanti allevati dai contadini del posto, il tutto condito da tanta passione.
La bravura di Cicci si è diffusa nel tempo tanto da identificarla con lo spiedo, con la "gardea" con il caminetto acceso.
Il figlio Vasco ha ricevuto dal padre il testimone e dopo aver fatto suoi tutti i segreti di Cicci, sta portando avanti la trattoria salvaguardando e trasmettendo ai posteri l'arte dello spiedo.

Dopo L'accensione del panevin, La sera del 5 gennaio, accanto all'ottimo spiedo preparato da Bepo La gente al suono della fisarmonica di PIN MIETO intona i canti tradizionali tramandati nel tempo, mentre gli anziani fanno Le previsioni sull'abbondanza del nuovo anno in base all'andamento del fumo: "Verso matina poenta pochetina, verso sera poenta pien la caliera".
Nonostante L'attività di ristoratore, Cicci ha sempre mantenuto il suo cuore presso La casa paterna, sul Col Franchin. In quella casa sulla roccia, si sono incontrate, attorno al "larin", davanti allo spiedo e poi "con le gambe sotto la tavola" amici, persone comuni e personalità della cultura come Andrea Zanzotto, Marcello Mastroianni, Marta Marzotto, Lino Toffolin, magico anfitrione, che non perdeva occasione di assaporare, con i suoi ospiti più esigenti, in quell'atmosfera, quei gusti del passato che solo Cicci riusciva a trasmettere. In quella stanza sotto gli occhi attenti dei genitori di Cicci, nella foto appesa sul muro, si sono consumati pranzi e cene indimenticabili; sui piatti le carni dello spiedo, sul "tajer" la polenta fumante, le "tarine" colme di radicchio, ed altre verdure da campo, condite col lardo, accompagnate dal vino, tanto vino, quello prodotto sempre da Cicci, "che te pol beverghen senza che te vegne el mal de testa" .