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Giovanni Collodel

Giovanni nasce il 21 luglio 1928 a Refrontolo, da Angelo e da Chies Caterina, quinto di otto figli (2 maschi e 6 femmine), in una casa lungo "le Mire", (attualmente proprietà Moroncelli), strada che congiunge Refrontolo a Corbanese in un ambiente ameno, dove il dolce susseguirsi delle colline, punteggiato di case e stalle, fa rivivere il paesaggio di un presepe.
La strada, o meglio il passo delle Mire, riattato dai soldati austriaci alla fine del 1917, dopo Caporetto, per poter accedere con più facilità alla fronte del Piave, negli anni 20 presenta ancora i resti di una loro precipitosa e disastrosa ritirata.
Sono anni ancora marchiati dalla grande guerra appena passata, anni di privazioni, di lutti e di sofferenze immani, ma l'animo forte e volenteroso delle nostre genti, certamente non si fa paura per il pesante lavoro da sopportare e ... la vita ricomincia.

Nel 1932 la famiglia di Giovanni si trasferisce in una casa poco lontana da quella natia, sempre in via Mire, ma verso l'abitato di S. Pietro di Feletto.
La famiglia complessivamente e' composta da 12 persone e il padre Angelo, agricoltore, per mantenerla, alterna al lavoro dei campi, il lavoro nella stalla, dove Aldo impara, ancora in giovanissima età, a mungere le vacche e ad apprezzare il latte, che diviene il suo cibo preferito.
Sono anni di sacrifici e di lavoro, ma non per questo si rinuncia a incontrare gli amici, le persone delle famiglie vicine.

Siamo agli albori della radio, i giornali non hanno ancora una buona diffusione, ma ci sono persone che per un pasto caldo si offrono di riportare le "ultime" notizie dal mondo, (vecchie già di diversi mesi e tramandate da una persona all'altra, come un tam tam) o a leggere, il più delle volte, libri di avventura.
Uno dei più ricercati cantastorie, è Giovanni Lucchetta detto "Nani della Jeja" di Pieve di Soligo il quale, oltre a riportare le notizie recuperate da ambulanti e viandanti, si cimenta in un repertorio di avventure, tra tutte, la più richiesta è quella di "Casanova e Scalambrino" ambientata tra le prigioni dei piombi, il ponte dei sospiri e la fuga dei due personaggi, per le calli di Venezia.

"Nani della Jeja" è conosciuto e richiestissimo da tante famiglie, non solo in Pieve di Soligo, ma anche nei paesi limitrofi, per il suo coinvolgimento e la sua partecipazione emotiva nell'esposizione dei racconti.
Con un fazzoletto rosso in mano, intercalando sempre più frequentemente "dio bon.." man mano che l'azione diventa più concitata ... coinvolge nel dramma tutti i presenti.

Per stemperare la tragicità del momento,il padrone di casa offre un bicchiere di vin brulé a tutti e Nani, dopo aver reidratato le corde vocali, approfitta della pausa per fumarsi una sigaretta, fatta con il trinciato forte e una "scartotha" al posto della carta.
Ecco che allora, presso la stalla di Angelo Collodel si riunisce tutta la sua famiglia, arrivano i vicini di casa portandosi dietro le sedie per sedersi, e al chiaro di una lampada ad olio, circondano il nuovo venuto per ascoltare con attenzione le letture o commentare, in modo più o meno acceso, quanto successo in giro per il mondo.

Anche Giovanni, con il fratello, le sorelle e gli amici vicini, ascolta affascinato, disteso sul fieno le avventure, i borbottii, le esclamazioni, mentre, le donne riunite in un angolo della stalla, colgono l'occasione per rattoppare i panni o filare la lana, sollevando gli occhi verso i loro "uomini", quando la discussione divviene più accesa.
Giovanni frequenta le scuole elementari di S. Pietro di Feletto poi, finite le scuole, va a lavorare nei campi con il padre.

L'alimentazione monotona di quegli anni, a base di polenta, latte, fagioli, si arricchisce in occasione dell'uccisione del maiale che avviene, a dicembre e a febbraio, in occasione della festa di San Simeone il 28 ottobre, della festa di San Martino l' 11 novembre e in occasione del "panevin'' la sera del 5 gennaio. Il norcino, "el becher", dirige tutte le operazioni: la divisione e la salatura delle carni e la preparazione dei cotechini "i muset", delle salsicce "i figalet", dei salami, delle so presse, degli ossacolli, delle costelle.
Si prepara il lardo, il migliore è quello della schiena del maiale che, dopo esser stato messo sotto sale per alcuni giorni, viene racchiuso da due stecche di legno, legate tra di loro con rami di salice (le sacche) e appeso. All' occorrenza ne viene tagliata la quantità necessaria in cucina.
Il grasso viene conservato insaccato nella vescica del maiale, o in un budello, o posto in una pentola di terracotta. Viene utilizzato al bisogno, per condire le verdure o per effettuare le fritture.

In queste giornate, in casa Collodel si prepara e si cucina lo spiedo, utilizzando la carne di maiale, il lardo, il pollo e non mancano mai gli uccellini, i famosi "osei", che completano e danno allo spiedo quell'aroma caratteristico, rimasto nella memoria dei buon gustai.
Ritornano però gli anni bui della seconda guerra mondiale, "Bepi", il fratello di Giovanni, viene mandato militare in Grecia e poi con l' "armir" in Russia. Ma lui, con altri due amici e compagni di guerra, residenti nelle "Mire", fortunatamente fanno ritorno casa.

Come in tutto il territorio del Quartier del Piave e delle Prealpi trevigiane, anche qui si vivono momenti di paura e di ristrettezze. Alle scorribande dei partigiani, fanno da eco i rastrellamenti dei tedeschi.
Sono tempi in cui la vita delle persone, di queste zone, vale meno di niente.
In casa Collodel, ci si arrangia a vivere con il poco latte prodotto dalle loro vacche e con tutto quello che può dare il maiale, quando viene ucciso, con la paura che il tutto venga razziato, dal prepotente di turno.
Si mangia il latte con i "pestarci".
In autunno e in primavera, durante un solo mese, si fa il formaggio,il burro, la ricotta "puina", che viene affumicata sotto la cappa della ritonda, perché si mantenga nel tempo, e affumicati diventano anche le persone che si riuniscono attorno al "larin'', visto che il fumo non ne vuole sapere di salire su per il camino, colorando di bruno grigio anche le pareti e il soffitto della cucina.
Dopo la tempesta arriva il sereno e sr ricomincia da capo.

Giovanni ''Aldo", ormai giovanotto, continua a lavorare nei campi e quotidianamente passa davanti all'osteria, la "Tripolitania", situata poco distante da casa sua, all'incrocio con la strada per San Pietro di Feletto e il "passo" delle Mire.
Luigi Ceschin, reduce dalla guerra di Tripoli, nel 1911 apre questa osteria e a ricordo di quei tempi la chiama "Tripolitiania".
Nel 1921 Lodovico Piol detto "Ico Piol" macellaio a Refrontolo, compra la "Tripolitania", e la moglie Ida Visentin, brava cuoca, prepara e cucina lo spiedo ogni domenica o quando i clienti, sempre più numerosi, lo richiedono.

Anche Aldo frequenta l'osteria, non solo per gustare il buon vino, ma per incontrare Silvia, la figlia di Ico Piol.
Da questi incontri nasce l'amore. Nel 1954 Silvia e Aldo si fidanzano ufficialmente e nel 1955 si sposano. In questi anni, Aldo si interessa dello spiedo, impara dalla suocera i trucchi del mestiere e inizia il suo lavoro di ristoratore, mentre la giovane moglie, durante il giorno gestisce la bottega, adiacente alla Tripolitania, dove la gente del circondario trova quanto necessita per le esigenze alimentari, per il vestiario ma anche tutto per il lavoro, e alla sera aiuta il marito e i genitori nella gestione della trattoria.

Nel 1956 nasce la loro prima figlia, Marida e nel 1960 nasce Loredana. Con gli anni '60 '70 il benessere si diffonde, il lavoro non manca, la televisione entra nelle case, le auto diventano sempre più numerose, la gente inizia ad uscire di casa per divertirsi, le vacanze, illustre sconosciute, diventano gradualmente un piacere e poi un'esigenza, tutti al mare o ai monti.
Le campagne si spopolano, i figli dei contadini si rivolgono in massa nelle fabbriche, per avere un salario mensile sicuro e con minor fatica, nell'aria si sente il desiderio frizzante di vivere una vita felice e spensierata.

Dopo cena, nelle serate estive, le ragazze si fanno corteggiare maliziosamente dai giovani che, passando con la vespa, la lambretta, la 500, si fermano a scherzare, al suono di una radio, che intona la canzone "bandiera gialla" o "la ragazza del clan".
Alla Tripolitania lo spiedo di Aldo è sempre più conosciuto.
I professionisti terminato il lavoro in ospedale, in fabbrica, negli studi, i politici, i giovani, le famiglie, gli studenti universitari, a gruppi prenotano e consumano lo spiedo, che giorno dopo giorno, con l'esperienza diventa sempre più delicato, più saporito, più fragrante.
Silvia, da brava padrona di casa, con spontanea cortesia, ricrea quel calore familiare, tanto apprezzato dai suoi clienti che col tempo diventano amici.
Anche il vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani, futuro Patriarca di Venezia e poi Papa Giovanni Paolo Primo, si ferma, strada facendo, per gustare lo spiedo di Aldo.
Sono momenti indimenticabili, momenti che non ritorneranno più.

Aldo ritiratosi dal lavoro nel 1993 per gustarsi il meritato riposo in famiglia, sempre nella casa in via Mire ma verso l'abitato di San Pietro di Feletto, con sua moglie Silvia, con la figlia Loredana, il genero Maurizio farmacista in Refrontolo, l'altra figlia Marida e tutti i nipoti, continua a fare lo spiedo, sempre ad alto livello, ma solo in famiglia e ... per pochi .... eletti.