Come nasce lo "Spiedo"

In origine, nel tardo Medio Evo, lo spiedo (da fonti linguistiche disponibili, storpiandone un termine di origine longobarda e adattandolo al latino medievale “spetus”, in linea con l’antico francese “espiet”) era inteso come un’arma composta da un’asta solitamente lignea munita di cuspide terminale metallica acuminata dalla forma genericamente romboidale a guisa di lancia, ma che preferibilmente era impiegata non per motivi bellici bensì dedicata alla caccia di animali di grossa taglia.

I cacciatori si servivano di quell’arma anche per infilzarvi la selvaggina o parti di essa, alla fine della battuta di caccia ed arrostirla all’aperto, rigirandola davanti al fuoco e dando vita ad una forma di genuino convivio in cui si discutevano e pregiavano le tecniche di caccia usate e chissà quanti altri argomenti nell’attesa della cottura delle carni.
Con questo sistema di cottura infatti, si otteneva una preparazione lenta ed ottimale della carne, che si coceva in modo omogeneo, crogiolata dai suoi succhi e grassi ed acquistando gradualmente sulla parte esterna una rosolatura di un bel colore dorato.

Così, col passare del tempo, lo spiedo è diventato un apprezzato strumento per arrostire le carni che, fatti salvi gli elementi di base, si è via via affinato ed evoluto nella comprensibile ricerca di eliminare la fatica di dover rigirare continuamente e manualmente il lungo utensile acuminato, che a sua volta evolse in una più pratica e resistente asta di ferro a punta acuminata, denominata poi “schidione”, supportata alla due estremità da semplici sostegni a forcella all’inizio, e poi via via affinando tecniche e congegni meccanici denominati appunto “giraspiedo” e successivamente “girarrosto”.

Lo stesso Leonardo da Vinci, riconosciuto come il genio dei geni grazie al suo poliedrico pensiero, ci ha lasciato nel suo famoso Codice Atlantico, lo schizzo progettuale per un girarrosto automatico basato sullo sfruttamento dell’energia derivante dall’aria calda e dal fumo prodotte dal fuoco.

Ai giorni nostri, percorrendo in lungo e in largo non solo le regioni italiane, incontriamo varie tradizioni e sistemi atti alla pratica dell’ arrostire le carni, che si è sempre più diffusa ed affinata in funzione delle necessità, degli aspetti culturali, del clima, della disponibilità di talune varietà di selvaggina, di erbe aromatiche oltre che di peculiari fattori locali.

Nel nostro specifico, l’intento di questa Associazione nasce dall’impegno morale di innalzare ad arte questa antica pratica culinaria, valorizzandone non solo gli aspetti intrinsechi ma, e soprattutto ogni sua più genuina sfaccettatura atta ad apportare un ulteriore ed indispensabile tassello di un colorato quadro della memoria, utile alla valorizzazione e comprensione della cultura di un territorio che ben si identifica geograficamente con il termine di “Quartier del Piave”.

Senza campanilismo alcuno, e al fine di evitare appunto citazioni e omissioni verso le tradizioni spediste territorialmente vicine, ci occuperemo della realtà che meglio conosciamo e che circoscriviamo in una porzione dell’alto trevigiano che parte dai colli del vittoriese/coneglianese e si estende fino allo sbarramento del fiume Piave tra Vidor e Valdobbiadene.